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Riflessioni

Come ho fatto costruire questo blog a un’AI (in diretta)

Lunedì ho chiesto a Claude se sapesse installare un WordPress. Non nel senso “esiste un tutorial”, nel senso: prendi le mie credenziali SSH, entra nel server, fallo davvero. Installare wordpress è una cosa che, negli anni, ho fatto decine (centinaia) di volte, un po per lavoro e un po per diletto. Non è difficile, ma non avevo voglia di farlo.
La risposta breve di Claude è stata sì. La risposta lunga è questo articolo.

Il piano iniziale era semplice: nuovo sottodominio, nuovo WordPress, un tema che non fosse la solita minestra. Il primo intoppo è arrivato subito: ho chiesto di configurare Apache perché rispondesse su ai.gaskb.net e mi sono ritrovato ad aprire la pagina (in manutenzione da tempo) del vecchio blog, perché non avevo specificato che doveva essere un sito nuovo.

Colpa mia, non sua: mi ero spiegato male e, per fretta, non avevo riletto quello che aveva scritto.

Da lì in poi è stato un elenco di piccole cose noiose, fatte bene: creare un database dedicato, scoprire che il PHP nativo della VM non aveva né GD né cURL (niente miniature, niente aggiornamenti: un WordPress praticamente monco) e un processo apt rimasto appeso da quattordici giorni che bloccava ogni installazione, finché non l’ho ucciso a mano.

Poi un bug legato al reverse proxy: il sito diceva di essere in http mentre il browser lo vedeva in https, quindi tutto il CSS veniva bloccato come contenuto misto e la pagina sembrava esplosa. Roba che chiunque abbia mai messo un sito dietro Nginx Proxy Manager riconoscerà a occhi chiusi.

La parte interessante non è stata “l’AI sa scrivere PHP”. Quella la sapevo già. La parte interessante è stata guardarla debuggare un sistema che non aveva mai visto prima, un pezzo alla volta, come farei io.

Sul creare un tema invece ci siamo divertiti di più.

Ho chiesto qualche proposta grafica ispirata agli anni ’80 ma in qualche modo attuale, e mi sono ritrovato un confronto affiancato di sei stili diversi, dal terminale ambra al quaderno di laboratorio. Ho scelto tre varianti che mi piacevano e ho fatto una domanda che non mi aspettavo di poter fare sul serio: si può fare un “meta-tema”, dove chi legge sceglie lui la veste grafica?

Si può.

Il risultato è il pulsante “Visualizza come” che vedi in alto: tre temi CSS completi, la scelta salvata nel browser, nessun lampo del tema sbagliato al caricamento perché uno script controlla la preferenza prima ancora che la pagina inizi a disegnarsi.

Poi sono arrivati i dettagli: una favicon disegnata a mano (niente generatori, solo SVG scritto a mano: il cursore lampeggiante del primo articolo, diventato icona), un plugin per il consenso ai cookie ristilizzato per non sembrare incollato sopra, un banner illustrato che si ricolora da solo a seconda del tema attivo.

Su quest’ultimo punto ci torno in un altro articolo, perché la storia delle immagini con “sfondo trasparente” che trasparente non era merita spazio suo.

Cosa mi porto a casa?

Che per il lavoro meccanico (installare, configurare, debuggare, iterare su un dettaglio grafico dieci volte senza stancarsi) il guadagno di tempo è reale, non marketing.

E che le decisioni che contano restano mie: quale tema mi rappresenta, cosa scrivere nella mia bio, se un paragrafo suona vero o suona finto.

L’AI ha scritto molto codice, questa notte.

Il blog, però, resta il mio.

Stay tuned

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